Cos’è il funnel di vendita, in parole semplici
Detto in modo molto semplice, il funnel di vendita di un e‑commerce descrive il percorso del cliente dal primo contatto fino all’acquisto. Una persona vede una pubblicità o arriva dalla ricerca, entra nel sito, apre una categoria, guarda la scheda prodotto, aggiunge al carrello, avvia il checkout e paga. A ogni passaggio una parte del pubblico si ferma: per questo la parte alta è “larga” e quella finale è più stretta.
Per descrivere le fasi si usa spesso anche il modello AIDA, ma il funnel operativo è più ampio di uno schema pubblicitario. Nell’e‑commerce funziona come una mappa del comportamento: dall’attenzione verso il negozio fino all’acquisto e al ritorno per un nuovo ordine. Per questo, nel lavoro reale, conviene affiancare AIDA al Customer Journey (il percorso con tutti i touchpoint).
In GA4, l'esplorazione "Funnel exploration" serve a visualizzare i passaggi del percorso dell'utente verso un obiettivo e a individuare rapidamente in quali step avvengono i drop‑off.
In ottica analitica, il funnel serve a scomporre un obiettivo in passaggi sequenziali e a vedere in quale punto gli utenti abbandonano più spesso.
Per un e‑commerce, il funnel non riguarda solo “le vendite” nel senso tradizionale. È un sistema unico di gestione delle vendite online: il marketing porta traffico, il sito costruisce interesse, la scheda prodotto e l’Unique Selling Proposition (USP) sciolgono i dubbi, il checkout non ostacola il pagamento e il sistema CRM lavora sulla fidelizzazione dopo l’ordine. Se guardi solo un pezzo, rischi di leggere male tutto il resto.
La USP (Unique Selling Proposition), cioè la proposta unica di vendita, non è un vezzo di copy. Nel funnel di un e‑commerce c’è anche la fase in cui la chiarisci, perché senza un motivo concreto per comprare proprio da te l’utente difficilmente esce dalla fase di confronto. Per un negozio può essere la consegna in giornata; per un altro un assortimento raro; per un terzo un reso chiaro e senza complicazioni.
Avere dei benchmark aiuta a non valutare il proprio funnel “in isolamento”. I valori di conversione variano molto a seconda del settore, del tipo di prodotto e del contesto: lo stesso modello può portare a risultati finali molto diversi da categoria a categoria.
Fasi del funnel di vendita secondo il modello AIDA
Il modello AIDA è uno schema classico in quattro fasi: Attention, Interest, Desire, Action (Attenzione, Interesse, Desiderio, Azione). Per un e‑commerce è comodo perché si traduce facilmente in azioni concrete dell’utente sul sito.
Attention - Attenzione
In questa fase la persona nota per la prima volta il negozio. La fonte può essere la ricerca, la pubblicità, i social, un marketplace, l’email o una raccomandazione. Qui l’obiettivo non è vendere subito, ma ottenere il primo contatto. Nella parte alta contano snippet, offerta pubblicitaria, banner, prezzo in SERP e una categoria prodotto immediatamente riconoscibile.
In analisi questa fase si misura spesso con ingressi al sito, sessioni, copertura campagna, clic su landing page. Ma per un e‑commerce una sola visita non basta. Se la pagina è lenta o l’utente non capisce subito cosa vendi e perché gli può servire, l’attenzione si spegne prima del passaggio successivo.
Interest - Interesse
L’interesse nasce quando il visitatore inizia a esplorare l’assortimento: apre una categoria, filtra i prodotti, guarda le schede, legge le caratteristiche, verifica la disponibilità, confronta le opzioni. Non è più un accesso casuale, ma un coinvolgimento intenzionale.
Qui è utile definire in anticipo una micro‑conversione “chiave”. Per un negozio può essere la visualizzazione di due o più schede prodotto; per un altro un tempo sul sito sopra una certa soglia; per un terzo l’uso dei filtri o il passaggio al carrello. Così AIDA diventa misurabile, non astratta.
Desire - Desiderio
In questa fase la persona non è solo interessata: sta preparando l’acquisto. Aggiunge al carrello, torna sulla scheda, sceglie taglia o colore, controlla spedizione e totale. È il momento in cui la USP deve essere chiarissima: consegna, garanzia, resi, bonus, disponibilità, recensioni, metodi di pagamento.
Un errore tipico è confondere Desire e Action. Aggiungere al carrello non significa acquistare. Se tratti il carrello come una vendita, il funnel mostrerà una conversione “bella” ma falsa e porterà a conclusioni sbagliate su traffico, schede prodotto e checkout.
Action - Azione
L’azione è l’acquisto: avvio del checkout, inserimento contatti, scelta spedizione, scelta pagamento, conferma ordine e completamento del pagamento. Qui il funnel si restringe molto. Secondo Baymard, la quota globale media di carrelli abbandonati è del 70,19%, quindi la parte bassa richiede quasi sempre un focus dedicato.
La quota globale media di carrelli abbandonati è del 70,19%, il che significa che la maggior parte degli utenti che hanno aggiunto un prodotto al carrello non completano l'acquisto.
In un e‑commerce spesso conviene aggiungere anche una quinta fase “concettuale” dopo AIDA: la fidelizzazione. Nel modello classico non c’è, ma nel commercio online è fondamentale. Riacquisti, riattivazione, loyalty e passaparola incidono sul LTV e rendono il funnel redditizio, non solo orientato alla conversione.
Quali metriche indicano la salute del funnel
Il funnel di vendita di un e‑commerce si valuta con alcune metriche chiave: tasso di conversione, LTV, NPS e ROI. Non sono sigle “alla moda”: ciascuna risponde a una domanda diversa (dove avvengono gli abbandoni, quanto vale un cliente, quanto è propenso a raccomandarti e se gli investimenti ripagano).
Tasso di Conversione
La conversione di una fase indica quale percentuale di persone passa alla fase successiva. La formula è semplice: numero di utenti che raggiungono la fase successiva / numero di utenti nella fase corrente × 100%.
Ad esempio, se 1.000 persone hanno visitato la scheda prodotto, 120 hanno aggiunto al carrello e 24 hanno completato l’ordine, la conversione scheda → carrello è 12% e carrello → acquisto è 20%. La conversione totale scheda → acquisto è 2,4%.
C’è però una cosa importante: la conversione può essere calcolata per utenti, sessioni o ordini. Se il team non ha definito il denominatore, le cifre iniziano a non tornare. Nei dati di mercato di IRP Commerce, ad esempio, il conversion rate è Total Transactions / Total Sessions × 100, quindi sulle sessioni, non sugli utenti. In interno non conta “la formula giusta” in assoluto, ma usare la stessa in tutti i report.
LTV
LTV, o lifetime value del cliente, indica quanto fatturato porta un acquirente durante l’intero periodo di relazione con il negozio. In forma semplificata: scontrino medio × frequenza media d’acquisto nel periodo × durata media della relazione. Serve per non fissarsi solo sulla prima vendita.
Se l’e‑commerce ha costi di acquisizione alti, ma il cliente compra quattro volte l’anno e resta per due anni, l’economia può reggere bene. Se c’è un primo acquisto ma non un secondo, il funnel sembra “vivo” solo in alto. Per questo misurare l’LTV aiuta a collegare prima vendita, fidelizzazione e riacquisti.
NPS
L’NPS (Net Promoter Score) si calcola con una domanda del tipo: “Quanto è probabile che tu consigli il nostro negozio a un amico, da 0 a 10?”. Dalla percentuale di promotori (9-10) si sottrae la percentuale di detrattori (0-6). I voti 7-8 sono considerati passivi.
L'NPS si calcola come percentuale di promotori meno percentuale di detrattori; le aziende con un NPS elevato tendono a crescere sensibilmente più velocemente dei concorrenti, quindi la metrica è utile non solo per il servizio, ma anche per l'economicità delle vendite.
L’NPS non sostituisce la conversione: risponde a un’altra domanda. Il cliente tornerà? Consiglierà il negozio? Nell’e‑commerce è particolarmente importante dopo il primo acquisto, quando consegna, imballaggio, resi e assistenza pesano sul prossimo ordine più dell’offerta pubblicitaria.
ROI
Il ROI misura la redditività degli investimenti: (ricavi - costi) / costi × 100%. Nell’e‑commerce spesso lo si calcola per canale, creatività, campagna o fonte di traffico, così diventa chiaro quale parte del funnel non solo converte, ma genera margine.
Se guardi solo la crescita degli ordini, è facile sbagliare. Un canale può portare molti ingressi economici, ma clienti che riacquistano poco e rendono spesso i prodotti. Sulla carta il funnel è “ampio” in alto, ma la redditività scende. Per questo conviene leggere il ROI per canale, non solo il volume degli ordini.
In sintesi: conversione = dove si perdono le persone; LTV = quanto rende la relazione nel tempo; NPS = propensione a tornare e a raccomandare; ROI = quanto ripaga la crescita.
Come calcolare quanti clienti servono per un piano di vendita
Una delle domande più utili a cui risponde il funnel è: quante persone devono entrare “in cima” per ottenere il numero desiderato di acquisti. Qui basta un po’ di matematica.
La formula è: traffico necessario all’inizio = N / (CR1 × CR2 × … × CRk), dove N è il numero di acquisti desiderato e CR è la conversione di ogni fase in forma decimale, non percentuale. Il prodotto di tutte le conversioni è la conversione totale.
Esempio. Un e‑commerce ha bisogno di 300 ordini al mese. La conversione ingresso → scheda prodotto è pari a 0,35; scheda → carrello 0,10; carrello → inizio checkout 0,50; checkout → pagamento 0,40. La conversione totale è 0,35 × 0,10 × 0,50 × 0,40 = 0,007 (0,7%). Per arrivare a 300 ordini servono circa 42.857 ingressi.
Il vantaggio di questa formula è che mostra subito la sensibilità. Se una fase dimezza la propria conversione, anche il traffico richiesto tende a raddoppiare. Se invece migliori una conversione in un punto “stretto”, l’effetto si riflette su tutto il calcolo perché cambi un fattore del prodotto.
Prima di calcolare il traffico, conviene fissare alcune regole: altrimenti la matematica è impeccabile, ma il piano non è realistico. Per esempio, “acquisto” può voler dire “ordine creato” oppure “pagamento completato”, e i due punti danno conversioni diverse nella parte finale.
- Convertire tutte le conversioni da percentuali a decimali (10% → 0,10).
- Allinearsi in anticipo: conversione per utenti o per sessioni.
- Usare conversioni dello stesso periodo e dello stesso segmento (es. solo mobile o solo traffico nuovo).
- Verificare che gli step in analytics vengano conteggiati una sola volta per evento (niente duplicazioni al refresh).
- Chiarire qual è il punto finale del funnel per il piano: “ordine” o “pagamento”.
Il punto pratico è che, dopo questo calcolo, diventa chiaro dove conviene intervenire. Se aumenti la conversione scheda → carrello non dal 10% all’11%, ma al 13%, il traffico richiesto per lo stesso obiettivo cala in modo netto. L’analisi del funnel serve quindi non solo a misurare gli abbandoni, ma anche a proteggere il budget marketing.
Quali strumenti aiutano ad analizzare il funnel
Per analizzare il funnel di solito basta una combinazione di web analytics e CRM: gli strumenti di analytics mostrano dove si interrompe il percorso sul sito, mentre il sistema CRM collega la prima transazione a riacquisti e comunicazioni nel tempo.
Strumento di web analytics
Un tool di web analytics (ad esempio una piattaforma di analytics) è utile per un’analisi operativa del funnel: puoi definire una sequenza di passaggi, scegliere una finestra temporale e leggere dove si concentrano gli abbandoni tra una fase e l’altra.
In pratica sono utili due viste: la conversione dal primo passaggio e la conversione dal passaggio precedente. La prima restituisce l’efficacia complessiva della catena, la seconda fa emergere subito dove il calo è più marcato. È importante anche la finestra del funnel: se l’intervallo è troppo corto o troppo lungo, puoi sovrastimare o sottostimare gli abbandoni perché includi (o escludi) acquisti “ritardati”.
Google Analytics 4
In GA4, la sezione chiave per un e‑commerce è "Funnel exploration". Puoi costruire un funnel aperto (open) o chiuso (closed): nel primo l’utente può entrare a qualsiasi passaggio, nel secondo solo dal primo. Non è un dettaglio di interfaccia: lo stesso percorso produce numeri diversi a seconda dell’impostazione.
In GA4 puoi anche specificare se il passaggio successivo deve avvenire subito dopo quello precedente o se sono ammesse azioni intermedie. Inoltre puoi limitare il tempo tra i passaggi. Se non lo consideri, rischi di leggere abbandoni “artificiali” dovuti a regole troppo rigide o troppo permissive.
Per l’e‑commerce in GA4 è utile usare gli eventi raccomandati da Google: view_item, add_to_cart, begin_checkout, add_shipping_info, add_payment_info e purchase. Più lo schema segue la logica standard, più è facile portarlo in report, dashboard e analisi integrate.
Sistema CRM
Un sistema CRM non serve solo quando ci sono venditori. In un e‑commerce raccoglie la storia del cliente, registra ordini, segmenti, stati, canali, riacquisti e comunicazioni. È il CRM che collega la prima transazione al lavoro successivo di fidelizzazione.
Il minimo pratico di automazioni CRM per e‑commerce include: recupero carrello abbandonato, sequenze post‑acquisto, riattivazione clienti inattivi, segmentazione RFM e controllo dei tempi di risposta. In altre parole: non “aspettare” l’ordine, ma costruire un ciclo che riporti il cliente a comprare di nuovo.
Quando al negozio non basta più leggere solo il comportamento sul sito, serve un livello di analisi che colleghi costi pubblicitari, lead, ordini e ricavi. È particolarmente importante per stimare il ROI per canale, quando la parte alta del funnel va valutata non sui clic, ma su vendite e margini.
In breve: la web analytics mostra dove si interrompe il percorso prima dell’acquisto, mentre il CRM gestisce riacquisti, segmenti e fidelizzazione dopo la prima transazione.
Come visualizzare il funnel e non perdere il senso dei numeri
Una buona visualizzazione non serve a fare report “per il report”. Serve a far capire al team dov’è il problema e quanto pesa. Per un e‑commerce bastano tre formati di base.
Grafico a barre per fasi
È la visualizzazione più intuitiva: ogni barra mostra quanti utenti sono in una fase e, accanto, puoi indicare la conversione del passaggio. Risponde bene alla domanda “com’è fatto il funnel” ed è adatta a un controllo settimanale.
Andamento della conversione per fase
Se guardi solo un punto nel tempo, perdi la dinamica. Il trend per fase settimana su settimana o mese su mese mostra dove un calo è diventato un problema nuovo e dove invece il livello di abbandono è stabile. È particolarmente utile dopo un redesign, un cambio offerta, un nuovo flight pubblicitario o una modifica alle condizioni di spedizione.
Tabella per coorti di acquisti ripetuti
Una coorte è un gruppo di clienti con lo stesso punto di partenza, per esempio il mese del primo acquisto. L’analisi per coorti serve a leggere retention e riacquisti, non solo la prima conversione. In GA4 c’è "Cohort exploration"; in infrastrutture più mature queste tabelle finiscono spesso in BI o in CRM.
- Indicare sempre il periodo nel grafico (settimana, mese) e confrontare intervalli omogenei.
- Tenere insieme volumi e conversione: uno senza l’altro può trarre in inganno.
- Segmentare almeno per dispositivo (mobile/desktop) se noti un calo.
- Separare nuovi e di ritorno quando l’obiettivo è aumentare i riacquisti.

Un esempio di utilità pratica dell’analisi integrata è quando riesci a leggere costi e ricavi nella stessa vista: in quel momento diventa più semplice capire se un aumento di traffico sta davvero migliorando i risultati o sta solo spostando volumi senza redditività.
Analisi passo‑passo del funnel: come trovare il punto critico
Il funnel di vendita di un e‑commerce fa emergere i punti critici solo se i passaggi sono definiti con precisione. Se gli eventi sono etichettati in modo incoerente, l’analisi parte già con conclusioni sbagliate. Prima definisci la struttura, poi calcoli le conversioni, e solo dopo cerchi il problema.
- Definire i passaggi in una sequenza chiara: ingresso al sito, visualizzazione scheda prodotto, aggiunta al carrello, inizio checkout, pagamento.
- Verificare che ogni passaggio sia misurato allo stesso modo in tutti i sistemi.
- Calcolare la conversione tra fasi adiacenti e la conversione totale fino all’acquisto.
- Valutare il contributo alle perdite di ogni passaggio, non solo il calo percentuale della singola fase.
- Segmentare per dispositivo, fonte di traffico, utenti nuovi e di ritorno.
- Sul passaggio più problematico, fare un audit dell’esperienza utente: rivedere le registrazioni di sessione, controllare form, pagamento, spedizione e copy.
Questo aiuta a distinguere un vero punto critico da una fase che “sembra” importante ma pesa poco sul risultato finale. Può succedere che il passaggio con la conversione più bassa non sia quello che genera la perdita maggiore, semplicemente perché ci arrivano già poche persone.
Per la parte bassa del funnel ci sono buone ipotesi di partenza. Nei sondaggi Baymard, il 39% degli abbandoni è legato a costi aggiuntivi troppo alti, il 19% a diffidenza verso il sito durante l’inserimento dei dati della carta, il 19% alla creazione obbligatoria di un account e il 18% a un checkout troppo lungo o complesso. Non è una diagnosi valida per tutti, ma una lista molto forte da cui iniziare.
Tra le cause frequenti di abbandono del checkout: 39% - costi aggiuntivi troppo alti, 19% - diffidenza nel sito durante l'inserimento dei dati della carta, 19% - registrazione obbligatoria, 18% - checkout troppo lungo o complesso.
Anche le regole di misurazione cambiano il quadro. In GA4 lo stesso utente può comparire in "Funnel exploration" una sola volta nel periodo selezionato, e il funnel può essere open o closed. Per questo, prima di concludere che “le persone abbandonano di colpo”, vale la pena verificare se il dato dipende dalle impostazioni del funnel.
Definisci passaggi e regole di misurazione, calcola i passaggi tra le fasi, individua dove la perdita è più costosa. Solo dopo cambia UX, offerta o traffico.
Cosa aiuta più spesso ad aumentare la conversione
L’aumento della conversione raramente parte da un grande redesign. Più spesso arrivano risultati con alcuni miglioramenti mirati nei punti in cui l’utente incontra più attrito. Per un e‑commerce, di solito, sono scheda prodotto, carrello e checkout.
Chiarire la USP nella scheda e nella categoria
La USP deve rispondere alla domanda “perché comprare qui e adesso”. Se la scheda prodotto non dà un motivo per scegliere quel negozio, l’utente va a confrontare alternative. In pratica funzionano le leve concrete: tempi di consegna, disponibilità, prezzo trasparente, condizioni di reso, garanzia, dotazione, supporto, bonus sui riacquisti.
Il funnel di un e‑commerce si costruisce sull’analisi del pubblico. Nel segmento mass‑market spesso contano soprattutto prezzo e velocità; nel segmento premium pesano fiducia, servizio e garanzia; nei negozi di nicchia incidono ampiezza dell’assortimento ed expertise. La stessa USP non si può copiare “in automatico” da una nicchia all’altra.
Semplificare il checkout
È una delle leve più “vicine ai soldi”. Baymard stima che un grande sito e‑commerce medio possa ottenere circa un +35,26% di conversione solo correggendo problemi di usabilità del checkout: la parte bassa del funnel è quella più vicina al valore.
Grazie a problemi di usabilità del checkout considerati risolvibili, un grande sito e‑commerce può potenzialmente ottenere circa un +35,26% di aumento del tasso di conversione solo migliorando il design e il flusso del processo di acquisto.
In pratica si lavora su elementi misurabili: mostrare il costo totale (spedizione inclusa) prima dell’ultimo passaggio, eliminare la registrazione obbligatoria, ridurre campi e passaggi, aggiungere metodi di pagamento diffusi ed elementi di fiducia. Baymard propone anche un riferimento sulla “lunghezza”: 12-14 elementi per un checkout “ideale” contro 23,48 elementi medi nel benchmark; per molti negozi è realistica una riduzione del 20-60%.
Accelerare le pagine mobile
La parte alta del funnel spesso crolla prima ancora della visualizzazione del prodotto. Nel materiale Think with Google veniva citato un riferimento: 1 visita su 2 termina se il caricamento di un sito mobile su 3G supera i 3 secondi. Anche se il dato è datato, il principio resta: la velocità su mobile incide direttamente su primo contatto e interesse.
Ridurre i dubbi nella parte finale
Per il checkout funziona bene un set di ipotesi rapide: costi di spedizione chiari prima del pagamento, acquisto come ospite senza registrazione obbligatoria, form breve, più metodi di pagamento, segnali di fiducia visibili (politica resi, contatti, pagamento sicuro). Non è “magia”: è una conseguenza naturale delle ragioni per cui gli utenti abbandonano.
Controllo vendite e automazione dopo il primo acquisto
Se l’e‑commerce considera il funnel “chiuso” al momento del pagamento, perde metà del valore del modello. L’efficacia reale inizia quando il primo acquisto diventa un riacquisto e il cliente si stabilizza.
Il funnel è sostenuto dal CRM perché è l’unico strumento che conserva storico ordini, segmenti, trigger, stati e motivi di ricontatto. Questo è il controllo vendite: non aspettare la prossima transazione, ma costruire un ciclo che riporti il cliente a comprare.
Il minimo pratico è questo:
- flusso di recupero carrello abbandonato;
- messaggio post‑ordine con informazioni utili, non solo la ricevuta;
- proposta di prodotti correlati dopo la consegna;
- riattivazione dei clienti inattivi;
- segmentazione per recency e frequenza;
- percorsi separati per nuovi e abituali.
Qui il punto non è “promettere” risultati, ma ricordare una cosa: la fidelizzazione non è un extra. Se automatizzi bene i flussi post‑acquisto e li misuri, impatti direttamente su riacquisti e valore nel tempo, quindi sulla redditività complessiva.
Errori tipici nel lavoro con il funnel
Gli errori nel lavoro con il funnel sono di due tipi: di prodotto e di misurazione. I primi impediscono di comprare. I secondi creano un quadro distorto, come se il problema fosse “nel cliente”, quando invece è nei dati.
Errore 1. Mescolare le fasi e considerare il carrello come una vendita
È uno degli errori metodologici più comuni. L’aggiunta al carrello è un segnale di desiderio, non la chiusura della transazione. Se le fasi sono mescolate, la conversione all’acquisto risulta gonfiata e il lavoro sul checkout perde significato.
Errore 2. Misurare fasi diverse con identificatori diversi
Se una parte del report è su cookie, un’altra su dispositivi e un’altra ancora su clienti nel CRM senza una corretta unificazione, i numeri per fase iniziano a divergere. Questo pesa soprattutto sul multi‑device: l’utente sceglie lo smartphone e paga da laptop. Di conseguenza i riacquisti risultano sottostimati e le perdite a metà funnel sembrano più alte di quanto siano davvero.
Errore 3. Ottimizzare solo la parte alta
Aumentare il traffico non significa aumentare il profitto. Se investi in clic e CTR, ma non controlli margine, resi, costo di acquisizione e ROI, puoi ottenere più ordini e meno utile. È una delle trappole più fastidiose del performance marketing.
Errore 4. Non verificare la correttezza degli eventi
Un audit veloce intercetta molti problemi prima delle “grandi” conclusioni. Vale la pena controllare se l’acquisto viene conteggiato una sola volta per ordine, se l’aggiunta al carrello non si duplica al refresh, se l’inizio checkout è separato dal carrello, se i filtri per fonte/campagna sono coerenti e se il periodo di confronto è allineato.
Nel controllo di lungo periodo contano anche i limiti tecnici dello strumento. In Google Analytics, per impostazione predefinita, le proprietà possono conservare dati per le "Explorations" per 2 mesi; su grandi volumi possono entrare in gioco campionamento e soglie privacy. Se non lo sai, una dashboard su periodi lunghi può diventare incompleta o instabile.
Il punto operativo è questo: il funnel aiuta ad aumentare la conversione solo quando i passaggi sono definiti come eventi reali e le decisioni si concentrano su uno o due punti critici davvero costosi.
Inizia dalla struttura: definisci le fasi, verifica la misurazione, calcola le conversioni. Poi intervieni su offerta, schede prodotto o checkout. L’errore più frequente è provare a “sistemare tutto” insieme: molto meglio trovare dove si perde più valore e lavorare lì.
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