Portare un sito in alto nei risultati di ricerca, aumentare le conversioni e gestire la promozione richiede lavoro costante e attenzione ai dettagli. I risultati arrivano con il tempo, quindi non è possibile sapere in anticipo quanto una strategia funzionerà. Per questo alcuni proprietari di siti ricorrono a scorciatoie e pratiche scorrette. Una di queste è il referral spam.
Il referral spam sfrutta il concetto di referral: un partecipante a un programma di affiliazione che si registra su un sito tramite il link o l’invito di un altro utente. In questo caso i file di log registrano visite di utenti che, in realtà, non hanno mai aperto quelle pagine. È una simulazione creata per falsare le statistiche delle visite al sito.
Il problema si individua analizzando i dati di Yandex.Metrica e Google Analytics. Questi strumenti permettono di filtrare le visualizzazioni e trovare domini che non hanno alcun rapporto reale con il sito.
Come funziona il referral spam
Il referral spam serve a pubblicizzare la risorsa da cui risultano provenire le visite. Il marketing, in questo caso, è gratuito: nessuno paga per i clic. Di fatto, le visite vengono attribuite a utenti che non hanno mai interagito davvero con il sito.
Anche le statistiche ne risentono, e con loro le decisioni di business. Immagina un album fotografico in cui investi tempo ed energie.

Dopo poco arrivano visualizzazioni, like e commenti. Quando provi a capire che cosa abbia attirato tutto quel pubblico, scopri però che dietro ai numeri c’è un esercito di bot. Il traffico artificiale può rendere una foto apparentemente popolare e spingerla nelle tendenze, ma non porta alcun vantaggio reale. Anzi, peggiora l’analisi: i segnali comportamentali e le reazioni degli utenti reali restano nascosti.
Lo stesso principio vale per il referral spam. Analizzando l’indirizzo da cui sembrano arrivare gli utenti, scopri che su quel dominio non c’è mai stato un tuo link e, spesso, nemmeno traffico umano. I dati sporchi rendono più difficile costruire una strategia efficace di crescita e promozione.
Un link usato per il referral spam si riconosce spesso a colpo d’occhio. Di solito ha un nome di dominio insolito, che pubblicizza in modo diretto servizi di traffico manipolato. Sulla pagina difficilmente troverai contenuti: per promuovere un sito fraudolento non servono.
In alcuni casi, inoltre, il sito può contenere malware. Per sicurezza conviene controllare in anticipo il tipo di risorsa. In Google Analytics, per esempio, questi domini possono comparire con uno stato anomalo o indefinito: un segnale da non ignorare.
Chi usa il referral spam e perché
Il referral spam basato sui log invia richieste automatiche al tuo sito. Può consumare pochi kilobyte di traffico, o persino nulla se il passaggio avviene tramite una connessione aperta. Il numero di accessi cresce a scatti, aumentano la visibilità apparente e i dati di traffico, e questo può spingere automaticamente il sito nei risultati di ricerca.

Il referral spam resta una manipolazione intenzionale delle statistiche, quindi un inganno. Anche quando produce un effetto temporaneo, per chi lo usa le conseguenze sono spesso pesanti. Le visite gonfiate attivano filtri antifrode nei motori di ricerca e il sito può perdere le proprie posizioni, scivolando verso il basso nella SERP.
I danni del referral spam
Questo tipo di spam contribuisce a sporcare il web. Siti inutili o fraudolenti, privi di contenuti propri, rendono più difficile per gli utenti trovare fonti davvero utili. Spesso, inoltre, diventano veicoli di infezioni informatiche.
Tra le conseguenze più gravi c’è la perdita di posizionamento del sito colpito dallo spam nei log. I filtri moderni dei motori di ricerca registrano una frequenza di rimbalzo del 100% per ogni spam bot, una durata della sessione praticamente nulla e intervengono per proteggere i risultati da attività manipolative. Il proprietario del sito vede così sparire le proprie pagine dalle prime posizioni e, a causa delle statistiche distorte, può pensare che il problema dipenda dai fattori comportamentali.

Si può bloccare il referral spam?
Le dichiarazioni dei principali motori di ricerca promettono protezione e reazioni rapide, ma la realtà è meno lineare. Molti proprietari di siti continuano ad avere problemi seri con lo spam nei log. I più esposti sono i progetti con difese deboli: server poco solidi, hosting economici o CMS con falle di sicurezza.
Per ridurre il rischio legato al referral spam si possono usare due metodi efficaci.

Configurare i filtri nei report di Analytics
Google Analytics permette di escludere completamente il traffico referral e, insieme a esso, il referral spam. Lo svantaggio è che nei report non potrai più usare correttamente i referral legittimi, ma come misura difensiva funziona bene. Il punto essenziale è includere il proprio hostname, perché il traffico verrà conteggiato solo da lì.
Il filtro si imposta in pochi passaggi. Nel report sui referral seleziona l’intervallo temporale più ampio possibile e usa il nome host come dimensione secondaria. Dai risultati ottenuti scegli tutto ciò che appartiene al tuo sito e ai suoi sottodomini, poi inserisci questi elementi nel modello del filtro.
La procedura richiede attenzione. Se dimentichi alcuni host, il relativo traffico verrà escluso e i report torneranno a essere incompleti o distorti.
Escludere dalle statistiche il traffico gonfiato
Il metodo opposto non è molto più complesso dal punto di vista tecnico, ma richiede più tempo. Nel campo del modello di filtro inserisci un’espressione che identifica la fonte del referral spam. Così escludi le risorse dannose, indicandole tra parentesi e separandole con una barra verticale, senza bloccare i referral legittimi.
I domini usati per lo spam sono moltissimi e continuano ad aumentare. Dovrai quindi controllare regolarmente le fonti di traffico e aggiungere i nuovi trasgressori alla lista. È comunque una soluzione più affidabile che dipendere solo dalla protezione automatica o dai filtri dei motori di ricerca.
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