Google tratta il cloaking con molta severità, perché consente di ottenere clic e aumentare le conversioni ingannando utenti e motori di ricerca. Molti webmaster, però, si chiedono dove passi il confine tra la semplice visualizzazione di contenuti diversi e il cloaking vero e proprio. Un sito può finire per errore sotto le sanzioni dei crawler?
Martin Splitt, del team Google, ha risposto a questa domanda in un nuovo video. Ha spiegato che non è possibile tracciare una linea netta valida in ogni caso. Dal suo punto di vista, però, il punto centrale è l’inganno: il cloaking si verifica quando l’utente viene fuorviato o deliberatamente tratto in errore.
Per esempio, se cliccando su un risultato dedicato alle scarpe si finisce su una farmacia online, il bot lo interpreterà come cloaking. In sintesi, quando una persona apre un link e trova un tema completamente diverso da quello che stava cercando, il sistema riconosce l’inganno e la pagina può essere penalizzata.
Se invece il contenuto non cambia in modo radicale e resta vicino al tema di partenza, di norma non dovrebbero esserci problemi. Succede spesso nei design responsive: al posto dell’elenco completo di prodotti cercato, l’utente vede solo un elemento, perché è quello che rientra nello schermo.
Mostrare al bot di Google contenuti leggermente diversi, ad esempio disattivando notifiche o finestre pop-up, non viene considerato automaticamente una violazione delle regole. L’importante è che quelle finestre non rappresentino il 90% dell’intero contenuto del sito.
LIVEsurf
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